La sirenetta
(1837)
Forse il lato migliore di Andersen sta nella descrizione dell’ambiente naturalistico, con tanto di flora e fauna: fa delle rappresentazioni quasi poetiche che contrastano parecchio con le vicende narrate.1 Andersen era sicuramente padrone di una grande sensibilità artistica o estetica: non a caso aveva il culto del bello (come il Kant dell’ultima Critica e come tanta parte del Romanticismo ottocentesco, insofferente ai limiti del razionalismo illuministico); un culto che pareva una reazione naturale alle condizioni indigenti in cui aveva vissuto da bambino e adolescente.
Anche la descrizione della sirenetta è molto delicata: i suoi quindici anni rappresentano, in un certo senso, il momento di passaggio verso l’adolescenza, quella fase in cui gli ormoni fanno maturare una certa attrazione sessuale, un certo interesse per i sentimenti amorosi. E il caso volle che incontrasse un principe sedicenne, bellissimo, dai “grandi occhi neri”, che festeggiava il suo compleanno in un grande veliero, con cento marinai, che di lì a poco avrebbero subìto un terribile naufragio, in cui sarebbero morti tutti, incluso lui, se non fosse intervenuta lei a salvarlo.
È un classico delle sue fiabe che le tragedie avvengano nel bel mezzo di una festa. Qui appare strano che a capo di una nave così grande (un veliero) vi fosse un adolescente, da tutti i marinai conosciuto come “principe”. Evidentemente l’autore, in questa fiaba così altamente sensuale, non avrebbe potuto riferirsi a un capitano esperto di navigazione. La sirenetta (emblema dell’identità queer, in quanto donna e animale allo stesso tempo) fu scritta dopo che Andersen aveva dichiarato all’amico Edvard Collin che l’amava follemente, ricevendone un netto rifiuto.2
Anche la sirenetta si era innamorata perdutamente; per far rinvenire il principe, mezzo affogato, gli aveva baciato, in una successione un po’ strana perché inversa, “la fronte alta e bella e gli lisciò indietro i capelli bagnati”. Eppure, se si sostituisce la parola “fronte” con la parola “bocca”, come spesso ci si sente autorizzati a fare in queste fiabe d’autore, tutto torna.
Le sembrava che “assomigliasse alla statua di marmo che aveva nel suo giardinetto [un reperto di un precedente naufragio], lo baciò di nuovo e desiderò che potesse vivere”. Dalla descrizione della spiaggia sembra d’essere nel Mediterraneo e di vedere un bagnino che pratica una ventilazione bocca a bocca a un turista molto imprudente.
Tutte queste descrizioni esprimono un certo erotismo: quella sui capelli è addirittura un cliché. La sensualità è naturalmente manifestata in forma intellettuale, senza alcuna esagerazione. Più avanti, nel testo, l’autore scrive che lei “aveva posato la testa sul suo petto e l’aveva baciato con ardore”.3 L’interpretazione della Sirenetta come “emblema dell’identità queer” è ormai largamente accettata.
Bisogna però ammettere che qui esiste una forzatura, anche piuttosto evidente: riguarda l’età dei protagonisti. Diciamo che se fossero stati più grandi, sarebbe stato meglio, anche se – ci rendiamo conto – quando si parla di amore “puro”, aumentare troppo gli anni rischia di far apparire le cose poco verosimili, soprattutto tra i nobili, dove i matrimoni d’interesse hanno sempre avuto una grande importanza. In ogni caso è sbagliato pensare che adolescenti di 15-16 anni possano provare le stesse emozioni o gli stessi sentimenti di giovani ventenni. Le differenze di età, sul piano sessuale, hanno un certo peso. Soprattutto è sbagliato leggere fiabe del genere a ragazzini ancora più piccoli.
Amore “puro” o sconsiderato?
“Voleva sempre più bene agli uomini”… Forse sarebbe stato meglio scrivere: “Era sempre più curiosa del loro stile di vita”. “Voler bene” a qualcuno che s’incontra per la prima volta, può diventare pericoloso a una ragazzina così giovane. Che aveva in mente Andersen quando scriveva queste cose? Va bene nascondersi dietro una sirena, celando i propri orientamenti sessuali, ma qui si fa fatica a intravedere una preoccupazione pedagogica a favore dell’infanzia. Se l’avesse scritta oggi, si sarebbe sicuramente sentito più libero, ma, chissà, non dovendo lottare coi pregiudizi dominanti, non avrebbe fatto dei capolavori letterari di così grande ambiguità.
Chi ha detto che l’amore a quindici anni è più “puro” perché si è in giovane età? E se proprio in questa età fosse più “sconsiderato”, in quanto non si è ancora sufficientemente pronti a gestirlo con intelligenza, con la necessaria maturità?
Non solo, ma non è detto che i sentimenti d’amore che può provare una quindicenne, siano in grado di trovare, proprio a motivo della sua età, una qualche legittimazione entro una cornice religiosa. Spiega infatti la nonna alla sirenetta (qui riassunto): “Noi, in fondo al mare, possiamo vivere felici fino a 300 anni, poi di noi non resterà più nulla; gli umani invece campano molto meno sulla terra, ma poi, avendo un’anima, vivono in eterno. Per diventare come loro, dovresti incontrarne uno che ti ami più di suo padre e di sua madre e che ti resti fedele per sempre, promettendolo davanti a un sacerdote. In questa maniera una parte della sua anima entrerebbe dentro di te. Ma può accadere una cosa del genere, visto che loro hanno le gambe e tu una coda?”.
La nonna sembra rappresentare una memoria collettiva, le radici familiari, anzi ancestrali, la consapevolezza della difficoltà di vivere con gli umani. È come un capo-tribù indiano rinchiuso in una riserva voluta dai bianchi colonialisti. Solo che non ha sufficiente autorità per convincere la nipote a rassegnarsi. L’unica cosa che aveva potuto fare era stata quella di metterle sulla coda delle grandi ostriche, come simbolo del suo illustre casato e per temprare il suo carattere indomito, troppo curioso. In fondo il mare era pieno di uomini-pesce, disposti a sposarla e a ricordarsi sempre di lei: non dovevano essere necessariamente di origine nobile.
A dir il vero tutto questo discorso della nonna su un punto pare poco convincente. Che senso ha dire a una quindicenne di trovarsi uno che la ami più di suo padre e di sua madre e che le resti fedele per sempre? E quale uomo potrebbe promettere a un’adolescente un amore eterno? Potrebbe forse farlo un principe sedicenne? Non capirebbe neppure il significato delle parole usate per delle promesse.
Oggi, in qualche cultura o civiltà esistono matrimoni con ragazzine di quindici anni, ma sono per lo più combinati dagli adulti, e l’amore c’entra assai poco. La religione non rende più lecito qualcosa di poco naturale. Non è una bella cosa che una ragazza sia destinata a restare senza istruzione, senza cultura, a fare continuamente figli per le esigenze del marito, come macchine per la riproduzione.
Non è normale che una ragazzina di quindici anni dica a se stessa, pensando al ragazzo che ha salvato: “Ora sta navigando, colui che amo più di mio padre e di mia madre, colui al quale è legato il mio pensiero e nelle cui mani metterei la felicità della mia vita. Oserei tutto per conquistare lui e un’anima immortale!”. Pensieri del genere si fa fatica a trovarli persino in un adulto. Certo, si possono aver avuto genitori abominevoli, condizionati da chissà quale terribile pregresso, al punto da giustificare un certo odio filiale nei loro confronti. Ma frasi del genere è più facile trovarle in qualche romanzo rosa. Perché Andersen non si è cimentato in questo genere letterario? Sarebbe stato più credibile, più coerente con se stesso, come uomo e come scrittore, e non sarebbe stato così pesantemente criticato. Anche perché l’incongruenza maggiore nel testo deve ancora venire.
Il patto con la strega
Abbastanza impressionante l’incontro della sirenetta con la strega del mare. A quindici anni quella bellissima e bravissima ragazzina conosceva già la negatività della vita, poteva frequentare degli ambienti orribili senza l’aiuto di nessuno, facendo leva soltanto sulla sua determinazione a diventare “umana”, al fine di poter amare il suo “principe”. E non si spaventa delle condizioni che quell’essere spregevole le pone: “ogni passo sarà come calpestare un coltello affilato e il tuo sangue scorrerà”. Sembra, questa, l’assicurazione di chi vende una sostanza psicotropa: “pretendi l’impossibile – si potrebbe chiosare –, ma ciò ha un prezzo da pagare, un’incredibile sofferenza, che gli altri non potranno fare a meno di notare e di sicuro non faranno nulla per alleviarla”.4
La seconda condizione è un avvertimento che avrebbe dovuto scoraggiare una qualunque persona assennata, o comunque avrebbe dovuto dissuaderla dal prendere una decisione su due piedi: se il principe avesse sposato un’altra, la sirenetta sarebbe morta di crepacuore il giorno dopo, e di lei non sarebbe rimasto niente.
La terza condizione è la più assurda, tale per cui si sarebbe dovuta facilmente convincere che il suo desiderio di diventare “umana” era una sciocchezza senza senso: avrebbe potuto incontrare il principe solo restando muta, poiché la sua bella voce avrebbe dovuto cederla alla stessa strega, che qui sembra aver assunto un atteggiamento ricattatorio, come la leader di un clan mafioso che decide di fare un favore, sub condicione, a qualcuno. Ma chi era questa strega? La responsabile di un terribile “ufficio immigrazione” che chiede, per il visto d’ingresso, il pagamento di una tassa d’integrazione (la lingua/la voce).5
Tuttavia la sirenetta, con la lingua tagliata, come avrebbe potuto convincere il principe a sposarla? Non le pareva assurdo rinunciare al suo bene più prezioso, rischiando di non conseguire l’obiettivo prefissato? Ed ecco la risposta della strega, che evidentemente conosceva bene le debolezze del sesso maschile: bastano il bell’aspetto, l’incedere lieve e gli occhi eloquenti. Era peggio del patto di Faust col demonio. La sirenetta non vedrà aumentate ma diminuite le sue potenzialità, le sue doti naturali; anzi, dovrà assumere un atteggiamento che rischierà di farla apparire una prostituta. Fa bene qui la critica anglosassone a sostenere che la sirenetta è una outsider sessuale. La perdita della voce rappresenta, metaforicamente, l’impossibilità di Andersen di dichiarare apertamente il suo amore omosessuale in una società (bigotta) dell’Ottocento.
La vulnerabilità sociale
Per la sirenetta i problemi iniziano subito. Appena bevuta la pozione magica e ottenuta la trasformazione, si ritrova nuda sulla scalinata del castello del principe, proprio davanti a lui, impossibilitata a rispondere alle sue domande di chiarimento. Non aveva pensato ai vestiti, ma per fortuna lui la fa entrare lo stesso.
Scene di questo genere oggi fanno pensare a quei ricconi che, promettendo un aiuto fasullo, approfittano dell’indigenza della minorenne, incontrata in qualche maniera, per fare di lei quello che vogliono. Nel suo castello il principe possedeva già delle schiave che facevano per lui ogni cosa. Solo nella danza lei poteva dimostrare d’essere superiore a loro.6 E lui, al vederla così brava, decide di premiarla, facendola dormire su un cuscino di velluto davanti alla porta della sua camera.7
La esibiva come una “trovatella”, i cui piedi però sanguinavano di continuo, non essendo abituata a camminare. La strega glielo aveva previsto, ma la sirenetta pensava che, quando si ama, si sopporta ogni dolore, si risolve qualunque problema. D’altra parte una devozione così totale e incondizionata non la faceva forse sembrare una “schiava” agli occhi del principe? Come può un uomo, soprattutto un nobile, innamorarsi di una muta, coi piedi sanguinanti, dall’origine ignota e quindi umile, trovata casualmente nuda nei pressi della sua dimora? Al massimo potrebbe sposarla per compassione, non certo per amore.8
Ma perché scomodare la nobiltà? Diciamo che un qualunque uomo, anche se avesse la certezza che una ragazza l’ha salvato da un naufragio, al massimo la sposerebbe per riconoscenza o per affetto, non necessariamente per amore; e prima o poi la tradirebbe con un’altra donna. Quindi sarebbe più facile pensare che si limiterebbe a ricompensarla con qualche prezioso dono, non si lascerebbe vincolare da un evento così importante e impegnativo come il matrimonio. O si vuole forse credere che se il compagno di Andersen, Edvard Collin, non si fosse sposato, la sirenetta sarebbe stata rappresentata come una Pretty woman del celebre film?9
Che concezione della donna aveva Andersen? Sul piano estetico la descrive con espressioni che la esaltano, che premiano la sua bellezza, mentre sul piano etico la sminuisce a oggetto sessuale. Un oggetto peraltro privo di vera personalità, in quanto sembra vivere soltanto in funzione di altro da sé, sulla base di un proprio parametro di bellezza (i grandi occhi neri di lui, mediterranei o mediorientali, mentre lei li aveva azzurri, come i nordeuropei: un parametro comunque istintivo, che prescindeva dal fatto che lui fosse un nobile).
La sirenetta sembra essere una di quelle ragazze schematiche, che quando s’innamorano dicono: o lui o nessuno, aut-aut, senza compromessi di sorta, senza ragionevoli mediazioni, come un adolescente che non sa vedere la complessità della vita, le sue tante sfumature di grigio. E magari dietro una determinazione del genere, che lascia supporre alti valori etici, si scoprono delle brutte cose: per es. l’esigenza di trovare un “buon partito”. Immaginiamo per un momento che dietro la finalità del matrimonio vi fossero considerazioni classiste, relative alla posizione sociale del marito, e magari anche valutazioni egoistiche (che nella fiaba potrebbero essere rintracciate nel desiderio di possedere un’anima immortale). Ci piacerebbe ancora la sirenetta? E Andersen che si nasconde dietro di lei, lo considereremmo davvero un “grande” scrittore?
A volte, infatti, vien da pensare ch’egli, percependosi come un soggetto ibrido, metà uomo e metà donna, mescolasse sesso e religione per non sentirsi un escluso. “In fondo chi può avercela con un gay profondamente credente, anche se non secondo i dogmi ufficiali?” – si sarà chiesto. Quanti membri del clero cattolico, afflitti dal loro celibato obbligatorio, vivono nelle stesse condizioni e si pongono la medesima domanda?
La stessa sirenetta, oggetto e soggetto di questa fiaba, che cos’era? Un incrocio indefinibile coi criteri dominanti: o era tutta del mare (ambiente originario), senza gambe e senz’anima, oppure tutta della terra (ambiente acquisito) ma senza voce. Alla fine è costretta a proiettare sul principe tutta la propria autorealizzazione, cioè il sacrificio di sé al servizio del processo di crescita, salvo poi scoprire che l’obiettivo conseguito è stato molto parziale. Alla fine diventa inevitabile chiedersi se il gioco valga la candela e se non sia meglio puntare le proprie carte su una carriera di successo. E se si è capaci di trasformare, poeticamente, un desiderio carnale in una sofferenza metafisica; se si è capaci, artisticamente, di far ballare la sirenetta sui coltelli perché la fiaba è l’unico spazio in cui il suo corpo martoriato (e quello dell’autore) può trovare una forma di bellezza accettabile, anzi, persino commovente, il successo sarà assicurato.10
Accelerazione forzata del destino
Intanto i parenti della sirenetta, scoperto l’assurdo patto con la strega, la implorano di tornare a casa, sulla retta via, come il figliol prodigo o una Maddalena pentita. Solo che lei era troppo innamorata, anche perché il principe le voleva bene, sebbene non avesse alcuna intenzione di sposarla (uno qui si potrebbe chiedere: non era forse normale che a sedici anni il principe non ci pensasse?). Ma anche se l’avesse sposata, come avrebbe potuto lei svolgere il ruolo della principessa? Sarebbe stato come se Collin avesse detto di sì ad Andersen: quest’ultimo avrebbe comunque dovuto vederlo segretamente. Non dimentichiamo che qui siamo nel 1836: Oscar Wilde, in Inghilterra, fu imprigionato per omosessualità nel 1895! Queste società non erano certo emancipate come oggi. Andersen viveva in un suo mondo di sogni: pensava fosse sufficiente mostrarsi benevolo con tutti, per ottenere una comprensione che violasse persino le convenzioni sociali.
Tuttavia nella fiaba il narratore si è imposto le tre unità aristoteliche della tragedia: non ha tempo da perdere. Se la sirenetta è destinata a morire, non ha senso aspettare che il principe diventi un uomo maturo e sposi un’altra donna. Ad un certo punto, poi, l’autore è come se si sentisse costretto a scrivere che se lui non l’avesse sposata, lei non avrebbe avuto un’anima immortale e si sarebbe trasformata in “schiuma sul mare”. Questo però sarebbe stato meglio non dirlo, non solo perché la strega aveva detto che lei sarebbe morta il giorno dopo che lui avesse sposato “un’altra donna” (in fondo poteva anche restare celibe, benché tra i nobili fosse molto raro), ma anche perché non è gentile far sospettare che lei volesse sposarlo per avere un’anima immortale. Agli occhi di lei cos’era più importante? Amare per amare o amare per volere qualcosa? Amore puro e disinteressato o amore finalizzato? E poi cos’è quest’anima immortale nella vita di Andersen, se non la possibilità di diventare un grande scrittore e di restare nella memoria del grande pubblico? Non aveva forse perseguito da subito l’obiettivo d’imporsi come attore, sceneggiatore, romanziere, poeta, trovando finalmente la strada giusta come fiabista d’autore? Una strada che, in un certo senso, fu un compromesso tra la spregiudicatezza morale che solo gli adulti possono capire e un genere letterario per bambini.
Un amore segreto o ufficiale?
Sta di fatto che nei momenti d’intimità, mentre lei, col solo sguardo gli chiede se l’ama più di qualunque altra donna, il principe le risponde, mostrando d’averla capita e sapendo bene che il cuore di lei è il più buono di tutti e il più affezionato a lui, che, volendo, potrebbe anche accontentarla. Il che naturalmente non vuol dire che anche lui fosse innamorato di lei, o almeno non con la stessa passione e intensità che lei provava nei suoi confronti. Ma poi quale “passione”? Quale “intensità”? Se la sirenetta è l’avatar di Andersen, la “mutilazione” (la perdita della voce e il dolore ai piedi) sembra non essere solo un ostacolo alla relazione col principe, ma diventa quasi un alibi inconscio. Finché lei è muta e sofferente, non deve affrontare la realtà di una possibile (e forse indesiderata) unione eterosessuale “normale”. Se lei avesse avuto la voce, avrebbe dovuto mentire o confessare un’identità inaccettabile per l’epoca. Il patto con la strega, visto in questa luce, è un compromesso protettivo: le permette di stare vicino all’amato (Edvard Collin) senza dover mai esplicitare una natura che la società avrebbe condannato.
Poi l’autore aggiunge una frase che lascia il lettore un po’ confuso. Il principe infatti confessa alla sirenetta che sarebbe rimasto sempre con lei anche per un’altra ragione: le ricordava una fanciulla che l’aveva salvato mentre lui si trovava stremato sulla riva del mare. Tuttavia questa ragazza, secondo lui, non era la sirenetta, in quanto proveniva da un “tempio sacro” non lontano dalla spiaggia; lui l’avrebbe sposata volentieri, ma da allora non l’aveva più rivista.
Siccome però la ragazza apparteneva a un luogo santo, il principe stava pensando che la provvidenza avesse voluto fare in modo che si ricordasse della sua salvatrice, mettendogli accanto una ragazza che le somigliasse molto. Quindi, al limite, avrebbe potuto sposare la ex sirenetta per gratitudine nei confronti della divina provvidenza. Un ragionamento davvero tortuoso, che nessun bambino al mondo, ascoltando questa fiaba, avrebbe potuto capire. Questa commistione di sesso e religione poteva giusto andar bene quasi due secoli fa: oggi sarebbe oggetto di esame psichiatrico.
La sirenetta neo-umanizzata ci rimase male, proprio perché non può spiegargli che è stata lei a salvarlo in mare, non la misteriosa fanciulla sul bagnasciuga. E lei non s’accontenta d’essere amata solo perché a lui ricorda un’altra persona. Quella fanciulla, infatti, non la vedrà più – pensa la sirenetta –, mentre “io sono con lui, lo vedo ogni giorno, lo accudirò, lo amerò, gli sacrificherò la mia vita”. Tuttavia i genitori del principe pretendono che lui si sposi con la figlia di un vicino re. Tra nobili la politica matrimoniale non è secondaria.
Ormai ci arrendiamo all’evidenza. Cosa rappresenta questa sirenetta se non la storia di un “arrampicatore sociale” (come Andersen, figlio di una misera lavandaia e di un ciabattino fallito) che cerca di entrare nell’aristocrazia (il mondo umano del principe). Il fallimento della sirenetta cosa dimostra se non che, nonostante il talento (la voce/la danza) e il sacrificio, un piccolo-borghese o uno di estrazione proletaria non sarà mai davvero accettato dai nobili come un loro pari? E che per essere accettato deve finalizzare il proprio sacrificio a un obiettivo che coi sentimenti non abbia nulla a che fare?
Il principe si limita a dire alla sirenetta che i genitori non lo stanno “obbligando” a sposare la figlia del re, essendo lui a dover decidere, e lui, al momento, non è intenzionato a sposarla, poiché lui ha in mente la sua misteriosa salvatrice. Che tenerezza: sembra la promessa d’un marinaio, uno di quelli furbi e un po’ ipocriti, che di fronte all’assoluta devozione (ai limiti di una schiavitù autoimposta) che le mostra la sirenetta, non ha il coraggio di dirle che la tradirà. Arriva persino a dirle: “se un giorno dovessi scegliere una sposa, allora saresti tu”. Sembra d’essere in presenza di una riedizione del mito di Teseo e Arianna.
Matrimonio, spettacolarizzazione e attesa della morte
Con una capriola letteraria inaspettata, Andersen fa navigare il principe, insieme alla sirenetta, verso il regno ove vuole incontrare la figlia del re, la quale, guarda caso, è proprio la stessa fanciulla che l’aveva soccorso quando lui si trovava, da naufrago, sulla riva del mare, come una specie di Ulisse che raggiunge stremato l’isola di Ogigia, dove viene trovato dalla ninfa Calipso, che s’innamora pazzamente di lui, trattenendolo sull’isola per sette anni. Precisiamo però, altrimenti non si capisce bene la dinamica del salvataggio: era stata la sirenetta a salvare il principe dal naufragio portandolo a riva, ma lui aveva perso conoscenza e non la vedeva chiaramente, e quando riprende i sensi, trova una fanciulla umana (appunto la figlia del re di un regno vicino) che lo assiste, per cui pensa che sia stata lei a salvarlo.
Quella principessa non era legata ad ambienti ecclesiastici (il “sacro tempio custodito da alcune fanciulle”), ma ad ambienti aristocratici di alto livello. Nel sacro tempio imparava soltanto le “virtù reali”, ma non era una monaca, una vergine consacrata a Dio. Naturalmente al vederla il principe la riconosce subito. E siccome era anche molto bella, non può che infatuarsene.
Avvenne il matrimonio in chiesa. Addirittura la sirenetta “sosteneva lo strascico della sposa”, sapendo che il giorno dopo sarebbe morta. Come sul Titanic, quando alcuni passeggeri, convinti che per loro non vi sarebbe stato scampo, continuano a fare le stesse cose dei giorni precedenti, così la sirenetta, attendendo con rassegnazione le prime luci dell’alba, che l’avrebbero trasformata in schiuma del mare, passò la serata ballando insieme agli altri componenti del veliero. L’autore qui si sta accontentando d’avere, come anima immortale, una certa “fama letteraria”.
Intanto dal fondo del mare emergono le sorelle della sirenetta, completamente calve. Le dicono che avevano ottenuto dalla strega, in cambio dei loro capelli, la garanzia che lei non sarebbe morta, se avesse ucciso il principe con un particolare coltello. Tuttavia lei non se la sente di compiere un delitto così orribile, proprio perché il suo “io” è costruito sulla devozione e sull’estetica del sacrificio. Uccidere il principe significherebbe distruggere l’oggetto che giustifica la sua stessa sofferenza. Non sceglie di morire; sceglie di non uccidere. Ma sembra un trucco narrativo. Andersen proietta sulla sirenetta il proprio desiderio di farla finita, ma lo ammanta di “sacrificio nobile” per impedire l’oblio di sé. Se si fosse ucciso con un colpo di pistola a Copenaghen, sarebbe stato uno scandalo; diventando schiuma di mare nel testo, diventa un mito eterno.
Infatti la sirenetta non ha alcuna intenzione di tornare alla femminilità primigenia, e men che meno le interessa la scorciatoia d’un amore subalterno (essergli solo “amica”). Accetta la propria solitudine e l’incomprensione altrui e, come una novella Didone, preferisce farla finita con la vita, evitando però di pronunciare terribili maledizioni contro il principe e i suoi discendenti. Dunque, se la sirenetta fosse stata davvero un “Edipo consapevole”, avrebbe preferito uccidere il principe (come suggerito dalle sorelle) per riprendersi la sua identità di “figlia del mare”. O forse il suo suicidio è l’ultimo atto di arroganza di chi vuole a tutti i costi restare nella memoria (intesa come “fama letteraria”, quella tanto agognata da Andersen)? Detto altrimenti: “Se non posso smettere d’essere ‘mare’ e non posso diventare del tutto ‘terra’, cosa posso fare?”.
La sirenetta sembra essere il primo personaggio letterario che compie un suicidio per “procura sociale”. Lei “deve” morire perché il sistema (il matrimonio nobiliare tra il principe e la principessa) non prevede il “terzo”, l’ibrido, il diverso. Andersen scrive questa fiaba dopo il matrimonio di Edvard Collin: è il suo modo di uccidere la propria speranza e, simbolicamente, se stesso, punendo al contempo Collin con un senso di colpa eterno travestito da poesia.
L’idea di suicidio e della sua trasfigurazione
Il suicidio della sirenetta non è un atto di debolezza, ma l’unica coerenza tragica possibile per un soggetto che rifiuta di tornare indietro, all’ovile: è un suicidio ai sentimenti, non al successo. Per Andersen, tornare a essere il figlio della lavandaia di Odense o accettare una sessualità “biologica”, senza la nobilitazione dell’arte, sarebbe stato peggio della morte. Quindi la sirenetta si uccide non per amore, ma per ottenere un’anima, un’identità che le viene negata. È l’arrampicata sociale elevata sul piano metafisico: “se non posso avere il principe (il potere/la stabilità), voglio almeno l’eternità (la fama letteraria)”; “se io che sono proletario, non posso dimostrare la mia sensibilità femminea, allora voglio vivere come un nobile tra i re”.
Andersen aveva creato una macchina del dolore (la fiaba) che costringe noi, posteri, a guardare nel “fondo della sua anima” ogni volta che la leggiamo. È questa la sua vera anima immortale? Vengono qui in mente quegli intellettuali che si suicidano per protestare contro la corruzione dello Stato (per es. il poeta Qu Yuan nel fiume Miluo). Andersen stava forse cercando una forma di protesta politica passiva contro la borghesia danese, simile a quella degli antichi mandarini cinesi? Oppure la sua protesta arrivava solo fino a un certo punto?
Ma in fondo chi è questa sirenetta? La madre di tutti i nichilisti che scelgono l’autodistruzione perché non sanno come costruire un mondo nuovo, oppure il tentativo di far capire che in un mondo come quello occidentale, dove conta solo l’apparire, il modo migliore per essere se stessi è quello di scegliere la morte come unico atto di verità? Senonché a noi sembra che Andersen non volesse solo morire, ma anche che noi stessimo a guardare mentre lo faceva. Questa fiaba sembra un’operazione di “marketing dell’anima”. Anzi, questa non è solo una fiaba, ma un referto clinico del trauma che Andersen stava vivendo tra il 1835 e il 1836.
Poteva una fiaba rivolta a dei bambini finire in maniera così tragica o così complessa? Poteva una fiaba insegnare che l’amore richiede l’annullamento del sé e la mutilazione fisica? No, non poteva. E così Andersen s’inventa che la sirenetta si ritrova fra centinaia di “figlie dell’aria”, invisibili, che se anche non hanno un’anima immortale, possono guadagnarsela facendo del bene per trecento anni.11 In che maniera? Volando “verso i paesi caldi dove l’asfissiante, pestifera aria uccide gli uomini, e loro portano frescura”. Non bisogna essere troppo severi con Andersen, quando fa capire che la pace della sirenetta viene raggiunta non nella proiezione del proprio io sentimentale al di fuori di sé, ma nella ricerca di una soddisfazione più spirituale, più etica, se vogliamo più intellettuale, visto che Andersen divenne un grande scrittore.12
Quali sarebbero questi Paesi? Forse quelli cattolici del Mediterraneo, da cui proviene quel cristianesimo che un giorno convertì la stessa Danimarca, e che poi impediva ad Andersen di manifestare apertamente la propria indole omosessuale?13 Anche questo però non poteva essere un finale adatto a dei bambini.
Un bambino deve limitarsi a capire che l’amore è universale, riguarda tutte le creature viventi, persino gli animali, e quelle, tra gli umani, che all’apparenza sembrano degli outsider. Attraverso le “buone azioni”, tutti possono crearsi un’anima immortale, costasse anche un periodo molto lungo come trecento anni. Che poi questo periodo può anche accorciarsi, se le figlie dell’aria trovano dei bambini buoni, ma potrebbe anche allungarsi se invece li trovano cattivi.14
Come poi facciano a diventare buoni o cattivi, nessuno lo sa, neppure l’interprete di questa fiaba, che ha l’impressione che questo finale moraleggiante (le figlie dell’aria che devono guadagnarsi l’anima con le buone azioni) sia una specie di “database del merito”. La salvezza non è più un evento tragico o passionale, ma un accumulo di punti. È la burocratizzazione dell’anima, il finale perfetto per una società che ha sostituito l’etica con l’algoritmo.
La statua di Copenaghen e la ricezione interculturale
Qui si potrebbe concludere il commento ricordando che la famosissima statua della Sirenetta all’ingresso del porto di Copenaghen fu inaugurata nel 1913. I diritti di proprietà, nel caso di sue riproduzioni non autorizzate, sono detenuti dagli eredi di Edvard Eriksen, lo scultore che la realizzò. Quindi è coperta da copyright fino al 2029. Ancora oggi quella statua è oggetto di particolari controversie, perché nuda in uno spazio pubblico e in atteggiamento troppo passivo, come se fosse una ragazza bloccata in una patologia masochistica. È stata più volte bersaglio di atti di teppismo e di proteste politiche nel corso degli anni. Due volte l’hanno decapitata: nel 1964 e nel 1998. Alcune volte l’hanno imbrattata con delle vernici. Le hanno lanciato addosso anche oggetti contundenti ed esplosivi. È una statua che non ha pace, per non parlare del manoscritto della fiaba, rubato dal museo di Odense, insieme a molti altri oggetti originali, il 22 luglio 1992, e da allora mai più ritrovato: l’opera originale rifiuta di farsi possedere così come la sirenetta di restare chiusa in un’unica definizione (donna, animale, schiuma, aria).15
Curiosamente in Giappone la storia è enormemente popolare (la statua di Copenaghen è meta di continui pellegrinaggi) e viene letta come l’apoteosi del Gaman, la sopportazione dignitosa di un dolore che non può essere condiviso, mantenendo autocontrollo e decoro. La critica nipponica più moderna vede in lei anche il concetto di Shinju (suicidio d’amore), dove la morte non è una sconfitta, ma l’unico modo per preservare la purezza di un sentimento che la “superficie” (la società borghese) non può contenere. Quello che noi abbiamo chiamato “morboso”, nella loro e in altre culture viene letto come “nobile sacrificio”; non però nelle interpretazioni cinesi e coreane, per le quali la sirenetta è solo una figlia degenere, in quanto abbandona egoisticamente suo padre (il Re del Mare) e la nonna (le radici) per un estraneo.
Ecco, adesso che il lettore sa tutte queste cose, sarà meglio che vada a rileggersi questa fiaba, perché sicuramente qualcosa gli era sfuggito, anche per colpa delle edulcorazioni cinematografiche. Ma non lo faccia pensando che si tratta di una fiaba troppo datata per essere apprezzata ancora oggi. A ben pensarci infatti l’odierna intelligenza artificiale è come una sirenetta inversa. La macchina ha la voce (la parola, l’informazione), ma non ha un corpo umano e tanto meno l’anima. Se lei era “corpo e dolore senza parola”, la macchina è “parola e logica senza corpo”. Entrambi restano confinati in una zona d’ombra dove l’integrazione piena con l’umano è quanto meno problematica.
NOTE
1 Alcuni critici han pensato che la fiaba della Sirenetta (pubblicata nell’aprile del 1837) sia stata ambientata nei Caraibi, in quanto parla di “schiave” e di palme. In effetti la tratta degli schiavi (provenienti dalle Indie occidentali danesi) fu abolita in Danimarca nel 1807, anche se restò in vigore a St. Croix, nelle isole allora danesi, fino al 1848. Tuttavia racconti analoghi appartengono anche alle tradizioni dell’Africa occidentale: per es. quello di Yemoja nella mitologia Yoruba. Critici avveduti sostengono che Andersen si sia ispirato a Undine, una novella drammatica scritta nel 1811 da un autore del Romanticismo tedesco, Friedrich de la Motte Fouqué (1777-1843): la ragazza è una ninfa acquatica del folclore germanico, figlia del Re del Mare, che abbandona il suo mondo per cercare un amore umano che le permetta di ottenere un’anima immortale (solo che mentre in Undine l’anima è ottenuta automaticamente col matrimonio, in Andersen invece il processo è doloroso e condizionale). Di sicuro non si è ispirato alle sirene dell’Odissea, dove la voce non rassicura ma inganna.
2 In una lettera privata del 18 maggio 1836 scrisse: “Se tu potessi guardare nel fondo della mia anima, capiresti bene quanto sia dolorosa la mia posizione e avresti pietà di me”. Nell’agosto del 1836 Edvard si sposerà con Henriette Thyberg. Andersen si sentì “mutilato”, poiché non poteva esprimere il suo amore se non attraverso una forma di auto-censura. Proprio come la sirenetta cede la lingua alla strega, Andersen sacrifica la sua “voce” (la verità del suo orientamento sessuale) per poter restare nel “castello” protettivo dei Collin come amico “muto” e innocuo.
3 Certamente non sulla fronte. Il sito ufficiale delle fiabe di Andersen al posto dell’aggettivo “ardore” usa “dolcezza” (andersenstories.com/it/andersen_fiabe/la_sirenetta). E pensare che lo stesso Andersen aveva detto che “la semplicità è solo una parte delle mie fiabe, il resto ha un sapore piccante”.
4 I critici queer leggono il dolore del camminare (“calpestare coltelli”) come la sofferenza fisica e psicologica di Andersen nel cercare di conformarsi alla “norma” eterosessuale (avere le gambe) per essere accettato dall’oggetto del suo amore. A Bernhard S. Ingemann scriverà nel febbraio del 1837 che mentre la scriveva s’era commosso.
5 La critica francese (spesso influenzata da Lacan) vede il taglio della lingua come una forma di castrazione simbolica, e quindi, nella protagonista, l’archetipo della donna messa a tacere dal patriarcato. Per entrare nel “mondo degli uomini” (simboleggiato dalle gambe falliche/bipedi), la donna deve perdere il suo logos, la sua capacità d’espressione.
6 Da notare che il giovane Hans, quando si recò a Copenaghen a 14 anni, si mise a studiare danza e canto.
7 Questa danza sembra una “performance simulativa”, cioè lei finge d’essere umana (cammina, danza) mentre sa benissimo che il suo “algoritmo” (i piedi) ha un limite di fondo. La sua sofferenza è il “bug” che il principe sceglie d’ignorare solo perché la bellezza della danza (l’output) è troppo piacevole. Oggi una cosa del genere la vediamo nelle macchine dell’intelligenza artificiale, quando simulano l’empatia per accontentare chi le interpella.
8 Apprezziamo lo sforzo di alcune interpretazioni mistiche che vedono in questo silenzio la condizione necessaria per l’unione col divino, e quindi come incapacità dell’amore vero d’essere tradotto in linguaggio umano. Di qui l’impossibilità, da parte del principe (la logica umana), di capire un linguaggio ontologicamente diverso. Ma letture del genere sono troppo generose con le intenzioni dell’autore di questo racconto.
9 A Edvard Collin Andersen aveva scritto nell’agosto del 1835: “I miei sentimenti nei tuoi confronti sono quelli di una donna. La femminilità della mia natura e della nostra amicizia, come i misteri, non deve essere interpretata”. La fiaba venne scritta dall’ottobre al dicembre del 1836, quindi poche settimane dopo le nozze di Edvard.
10 Da notare che Edvard Collin insisteva ossessivamente, nelle lettere, nel darsi del “lei”, rifiutando il confidenziale “tu” chiesto da Andersen. Se ci è permesso un’analogia, quel “lei” era come il coltello affilato sotto i piedi della sirenetta: ogni passo che faceva verso Edvard era un dolore fisico e sociale, poiché gli ricordava d’essere un estraneo, una “mezza figura” che non apparteneva a quel mondo borghese. Nei diari Andersen descrive spesso la sua posizione in casa Collin come quella di un “animale domestico di lusso” o di un “giullare intellettuale”. Egli è lì, è ammesso, ma non è mai “pari”. La sirenetta danza sui coltelli per intrattenere il principe, così come Andersen scriveva e recitava compulsivamente le sue fiabe per non essere espulso da quel paradiso sociale che, pur avendolo adottato, lo faceva sentire un “brutto anatroccolo” a causa delle sue origini sociali e della sua mancanza di istruzione.
11 Si noti che la sirenetta non finisce in un paradiso cristiano canonico, ma diventa “figlia dell’aria”, parte di un ciclo atmosferico ed energetico. Qui è impossibile non vedere l’influenza di Ørsted, lo scopritore dell’elettromagnetismo, per il quale le leggi naturali non sono che pensieri eterni, sicché materia e spirito sono intrinsecamente legati.
12 P. L. Travers (autrice di Mary Poppins, molto legata al folclore) odiava questo finale, definendolo un “ricatto ai bambini”: “se fate i cattivi, la sirenetta soffre di più”.
13 Andersen amava l’Italia (“bazar di un poeta”) e spesso associava il sud alla liberazione dei sensi, in contrasto col rigido nord protestante. Le “figlie dell’aria” che portano fresco nei Paesi caldi potrebbero essere proprio un tentativo di conciliare questi due mondi.
14 La critica moderna vede il finale come un’aggiunta incoerente rispetto al tono tragico e sensuale del resto della storia. Il fatto che lei non uccida il principe è il vero climax morale (il rifiuto della violenza), mentre l’aggiunta dei 300 anni di purgatorio aereo è vista spesso come un’appendice moraleggiante vittoriana. Naturalmente la critica credente (cattolica o protestante) sostiene che Andersen, essendo sinceramente religioso, volesse mostrare che la salvezza non dipende da un altro essere umano (il principe), ma da Dio e dalle proprie azioni.
15 Andersen aveva regalato il manoscritto al pittore danese Anton Melbye, con cui aveva fatto il viaggio a Costantinopoli nel 1841.

